Combattiamo il linguaggio dell’odio!

Flavio Cannistrà
Flavio Cannistrà è psicologo, psicoterapeuta e co-direttore del “Istituto ICNOS - Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Breve Sistemico-Strategica” e dell’Italian Center for Single Session Therapy. Flavio Cannistrà studia, pratica e fa ricerca e formazione sulle Terapie Brevi in Italia e nel mondo per aiutare le persone a stare bene nel più breve tempo possibile e gli psicologi a migliorare l’efficacia e l’efficienza dei propri interventi

Il peso delle parole, oggi più che mai, è importante perché possono essere davvero come proiettili. Le parole in sé, però, non sono una realtà tangibile. Qual è la sua opinione?

Tendiamo a pensare che “sono solo parole”, proprio perché intangibili. Eppure le usiamo per offendere, cioè per provocare uno stato d’animo negativo in qualcuno; o per convincere, cioè per indurlo a pensare, credere o fare qualcosa; o per divertire, cioè per produrre in lui uno stato positivo. “Sono solo parole”, ma un libro è fatto di parole e può farti spaventare, sorridere, addirittura farti passare il tempo più velocemente – o più lentamente, se è particolarmente noioso. “Sono solo parole”, ma se Fedez canta che “l’amore è eternit finché dura”, o se Vecchioni ci racconta la storia di un uomo che è andato incontro al suo destino proprio nel tentativo di sfuggirgli, sentiamo che hanno toccato qualcosa dentro di noi, quelle parole, che hanno parlato di noi – ci emozionano, diremmo, e lo fanno in un modo unico, fino al punto di farci rabbrividire, o produrre una lacrima: qualcosa di materiale! “Sono solo parole”, ma se tua madre ti dice che sei grassa, un tuo compagno ti dice che sei brutta, l’influencer (ti) dice che i vestiti che indossi ti rendono ridicola, cominci a sentire qualcosa, per via di quelle parole, delle emozioni e poi delle sensazioni fisiche e poi metti in atto comportamenti basati su di esse. E non saranno comportamenti felici.

Soprattutto con la diffusione dei social network e del linguaggio digitale, si è persa la percezione di come le parole, anche scritte, possano davvero fare male. Come è possibile invertire questo processo?

Si è persa la percezione dell’altro. Se non vedo i tuoi occhi, il tuo viso (primo canale di espressione delle emozioni), o se non sento il tono della tua voce, castro la capacità di comprendere l’effetto che le mie parole hanno su di te. Se lo faccio costantemente passo dal “Pensa, prima di parlare” al “Parla, prima di pensare”: parlo (scrivo) senza riflettere su cosa ciò che sto dicendo rappresenti per l’altro; senza nemmeno saperlo, cosa rappresenti. “L’anima va coltivata”, diceva un mio maestro: intendeva che capire ciò che senti non è automatico; addirittura lo stesso “sentire” non lo è. Credo che la percezione di come le parole funzionano vada esercitata. Umberto Galimberti dice giustamente che se non hai le parole non puoi pensare. Aggiungo che se non hai le parole non puoi sentire. E se non puoi sentire te stesso, non puoi sentire l’altro. La narrativa e la poesia, spesso tolte o trascurate nelle scuole (ma non necessariamente per colpa loro), sono invece uno dei primi veicoli di riconoscimento di ciò che sentiamo – e se lo riconosciamo in noi, possiamo riconoscerlo nell’altro. Quando nel “Macbeth” Shakespeare ci dice “Date parole al vostro dolore altrimenti il vostro cuore si spezza”, ci sta insegnando che quella sensazione atroce che proviamo dentro, quel vuoto cosmico distante eoni e vicino come uno schianto, come un glaciale buco nero aperto nello stomaco e richiuso sulla nostra testa, può ridursi, forse persino chiudersi, se lo faremo salire in gola fino a tramutarlo in parole al di fuori della nostra bocca.

Parliamo di “cattive” parole che si trasformano in atteggiamenti di bullismo o cyber-bullismo: come si può sensibilizzare su questo argomento?

Parlando, leggendo, riflettendo, come dicevo sopra. La tecnologia, nell’ultimo secolo, è andata esponenzialmente più veloce della sua comprensione. Poter mandare un messaggio o una foto a centinaia di compagni di scuola nello stesso istante è facilissimo: pensare alle conseguenze di questo è molto più complesso e richiede molto più tempo – il tempo di pensarci. Il futuro sarà sempre di più per chi saprà pensare e riflettere: chi non si sarà allenato rimarrà indietro, non saprà il perché, e non sarà neanche in grado di essersi reso conto di essere indietro.  Il bullismo è l’atto di chi spesso non ha abbastanza parole per capire perché è così arrabbiato; spesso non ne ha abbastanza nemmeno per capire di essere arrabbiato. Penso, tuttavia, che questa sensibilizzazione debba essere fortemente, seppur non unicamente, istituzionale. Ci piace pensarci autodeterminati, capaci di fare il nostro bene in modo critico e ragionato, ma non è così semplice. Il fatto di aver scoperto che una dieta corretta unita a un’attività fisica costante ci fa vivere meglio non ci induce ad adottarle automaticamente: per questo la scuola inserisce l’attività fisica nei suoi programmi. La stessa educazione stradale non è innata, né da tutti perseguita, sebbene tutti sappiamo quanto sia importante. Un popolo felice è anche un popolo capace di avere e usare le parole per indicare ciò che sente e che vuole.

Questo ci porta a riflettere anche sul concetto dell’indifferenza: perché si è sviluppata in modo esponenziale nella società? Come è possibile contrastarla?

Sono prima di tutto uno psicoterapeuta: penso che un sociologo potrebbe darti una risposta migliore della mia. Posso giusto sottolineare nuovamente che un aspetto dell’indifferenza (qui intesa come mancanza di interesse per la sofferenza dell’altro) è strettamente collegato alla nostra capacità di pensare – e quindi di avere le parole per farlo. Se sono indifferente alla sofferenza, è perché non la sento in me. Se non la sento, è perché non so riconoscerla. Se non so riconoscerla, è perché mi mancano le parole per farlo.

Qual è il primo passo per invertire la rotta?

Ce ne sono tanti. Il più semplice: leggi un libro. E poi un altro. E poi un altro. Spesso, dopo aver letto un libro o visto un film o ascoltato una canzone, cerco qualcuno che ne parla, che ne fa una recensione: aggiungo parole alle parole, parole alle sensazioni che ho provato, per capire meglio e per capirmi meglio. Questo è probabilmente il secondo passo: avere qualcuno che spieghi.

Un consiglio: da cosa può partire un singolo individuo per modificare questa situazione di diffusione di parole che diventato ostili e promuovere, invece, la costruttività?

Di nuovo, con un’educazione sul potere delle parole. “Le parole sono proiettili” è una frase di Ludwig Wittgenstein – e il nostro Carlo Levi diceva che “le parole sono pietre”. Nel momento in cui insegniamo questo, stiamo insegnando il modo in cui possiamo usarle. Non basta, però. L’educazione non dev’essere solo all’uso delle parole, ma anche al riconoscimento delle emozioni, nostre e dell’altro.

 

Flavio Cannistrà è psicologo, psicoterapeuta e co-direttore del “Istituto ICNOS – Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Breve Sistemico-Strategica” e dell’Italian Center for Single Session Therapy. Flavio Cannistrà studia, pratica e fa ricerca e formazione sulle Terapie Brevi in Italia e nel mondo per aiutare le persone a stare bene nel più breve tempo possibile e gli psicologi a migliorare l’efficacia e l’efficienza dei propri interventi

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