In che modo la lentezza può influire sulla memoria e sulla capacità di concentrazione e ricordo di un individuo adulto?

MARIANNA PERTOLDI

Ce ne parla Marianna Pertoldi, psicologa, mental trainer, esperta di difesa e autrice del libro “Psicologia del confronto”

“C’è un legame segreto fra lentezza e memoria, fra velocità e oblio” – dice Milan Kundera ne “La lentezza”. Possiamo facilmente notare, in ognuno di noi e negli altri, come corpo e mente siano sempre connessi fra loro e questo vale anche per le funzioni cognitive come la memoria. Nel momento in cui ci troviamo a dover imparare, capire, analizzare qualcosa, inconsapevolmente rallentiamo a livello motorio, quando fatichiamo in queste operazioni a volte addirittura ci fermiamo, per concentrarci meglio. Tutto quello che pensiamo e facciamo di fretta tendiamo a dimenticarlo, quando invece lo vogliamo fissare bene nella nostra mente, rallentiamo, analizziamo, fermiamo ogni dettaglio, come ad esempio se facciamo una strada nuova e vogliamo ricordare dei punti di riferimento, o quando vogliamo fotografare con la mente qualche bella immagine o sensazione. Ancora il medesimo meccanismo lo ritroviamo quando sentiamo di dover fare il punto della situazione, di ragionare “a bocce ferme” o di elaborare una strategia, rallentiamo o ci fermiamo per guardarci dentro con calma, per valutare tutti i dettagli a 360 gradi e renderla così completa ed efficace; se andiamo troppo veloci alcuni di questi dettagli ci attraversano la mente e scompaiono prima che abbiamo il tempo di fermarli e utilizzarli, col rischio che la nostra strategia rimanga parziale e quindi non adatta al raggiungimento dell’obiettivo o alla risoluzione del problema. Anche la nostra parte emotiva interviene naturalmente in questo meccanismo, facendoci accelerare i movimenti quando i ricordi sono spiacevoli, quasi a voler fuggire lontano da essi, e rallentandoli invece se i ricordi sono positivi, indugiando sulle sensazioni piacevoli e “facendo il pieno” delle endorfine rilasciate in quel momento dal cervello. Questi meccanismi possono essere utilizzati strumentalmente nella psicologia clinica e in quella dello sport, finalizzandoli, ad esempio, proprio alla ricostruzione del ricordo, rallentandolo fino alla sua velocità “reale”, o in tecniche di correzione dell’errore, rallentandolo ulteriormente in una specie di insieme di fermo-immagini, o per regolare l’intensità dell’attivazione psicofisica attraverso ricordi attivanti per aumentarla o disattivanti per diminuirla. Quando andiamo troppo veloci, inoltre, siamo soggetti a due grandi rischi: il primo è la cosiddetta “fuga dei pensieri”, in cui la nostra mente fa fatica a fermare un pensiero, un concetto, perché si susseguono troppo velocemente nella nostra mente, che così non riesce a fermarli, analizzarli e, quindi, ricordarli; questo si può verificare durante un’emergenza, dove i pensieri sono tanti, o quando si vive con troppa fretta e si rischia di dimenticare anche le cose essenziali. L’altro rischio è quello del sequestro emotivo, che si verifica nel momento in cui il nostro livello di attivazione sale improvvisamente e tutto accade molto, troppo, velocemente, come durante un’aggressione : la mente cognitiva viene “sequestrata” da quella emotiva e, non avendo più accesso alle sue funzioni, non siamo in grado di pensare, programmare, ricordare; un esempio più banale capita ad alcuni quando si arrabbiano molto, in cui urlano, velocemente, una quantità enorme di parole di cui poi non hanno assolutamente ricordo.

Quando facciamo qualcosa di fretta, oltre che spesso a stressarci con dei tempi che ci siamo autoimposti, respirando con affanno e sentendoci male fisicamente, tendiamo a dimenticare le cose. Tutto questo alimenta in modo esponenziale lo stress, stanca molto gli individui su tutti i fronti, ne diminuisce difese immunitarie e autostima e in alcuni casi porta addirittura all’isolamento sociale. Può parlarcene?

Siamo i peggiori nemici di noi stessi, quasi sempre ci creiamo da soli il nostro stress, con dei “devo” autoimposti e molto rigidi, che inseguiamo spasmodicamente, invece di riorganizzarci in base alle nostre reali esigenze. Capita così che soffriamo di una forma di distrazione “saltellante, itinerante, seriale”, per cui iniziamo mille attività e non ne finiamo nessuna, trasferendo la nostra attenzione da una all’altra e dimenticando quella precedente; a fine giornata saremo stanchissimi, non avremo concluso niente e ci sentiremo frustrati, depressi e arrabbiati col mondo, perché avremo corso tutto il giorno e non avremo realizzato o finito nulla e quindi ci sembrerà di non aver avuto abbastanza tempo, mentre abbiamo semplicemente perso la meta, e a volte anche il viaggio, cambiando continuamente strada in direzioni completamente diverse. Questa condizione, quando diventa la quotidianità, può dare esito a vari disturbi da stress (di solito insonnia, mal di testa e problemi di stomaco) e può addirittura portare alla “sindrome della stanchezza cronica”, malattia di origine psicosomatica che peggiora le cose, alimentandole col principio del sentirsi sfiniti, pur avendo concretizzato poco o nulla; questa situazione si può verificare ovunque, a casa o al lavoro, qualcuno non riesce a renderla reversibile nemmeno in ferie o in vacanza! Quando siamo travolti da questo turbine di fretta e ansia tendiamo inoltre a non dimenticare solamente le cose, ma anche le persone, che a volte sembrano rallentarci, a volte disturbarci, a volte diventano semplicemente i bersagli su cui scaricare la frustrazione accumulata con la fretta, a volte ci sembra di non avere tempo per considerarle e così facendo ci ritroviamo sempre più soli, isolati dagli affetti e con l’autostima in ulteriore, costante, diminuzione, quindi in un circolo vizioso in cui peggio stiamo, peggio ci facciamo stare.

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