“Condividere questa esperienza con Arthur è stato un vero regalo”

Caroline Ciavaldini
Caroline Ciavaldini, dopo aver dedicato i suoi primi anni di carriera al raggiungimento del successo e alla competenza tecnica nell'arrampicata da competizione, ora si sta godendo un nuovo entusiasmante capitolo della sua vita di arrampicatrice, viaggiando per il mondo e assaporando l'infinita diversità che l'arrampicata ha da offrire. Membro del team internazionale di atleti The North Face, è sposata con il climber James Pearson e ha un bimbo di quasi 2 anni, Arthur. Caroline Ciavaldini e James Pearson hanno recentemente realizzato un'arrampicata in Etiopia sulle Torri del Tigray. Foto: Courtsey of The North Face

Parlando della sua straordinaria esperienza in Etiopia, può descrivere cosa ha significato per lei questa spedizione, quali sentimenti ha provato?

Sono andata in Etiopia per scalare alcune torri del deserto del Tigray ed esplorare le chiese arroccate che sono state scolpite nella roccia, che si trovato a metà strada su alcune di queste torri. L’arrampicata come sport se fine a se stesso, in definitiva è priva di un significato specifico, mentre gli etiopi che hanno scolpito queste chiese, nei secoli passati, volevano avvicinarsi a Dio e si sono arrampicati per questo motivo. Noi eravamo semplicemente curiosi di vedere con i nostri occhi quanto fossero inaccessibili queste chiese, di arrampicarci sulla stessa roccia, e di capire meglio la popolazione che vive nella zona del Tigray, presente e passata. Abbiamo viaggiato per anni in tutto il mondo, dalla Cina al Cile, ma non avevamo mai scalato molto in Africa… Per descrivere l’Etiopia in poche parole… È una realtà diversa nella quale ci siamo tuffati, una realtà senza strade, acqua proveniente pozzi, piccole case in una terra semi-desertica, e da ogni parte si trovano asini, polli, cani, cani, gatti, esseri umani e tanti bambini. I bambini ogni giorno venivano verso di noi mentre ci preparavamo ad arrampicarci, all’inizio per chiederci penne, carta, cappelli… come fanno con tutti i turisti, poi, vedendoci arrampicare, erano solo curiosi di incontrarci, soprattutto di incontrare il nostro bambino. Andare in Etiopia seguendo un progetto di arrampicata ci ha permesso di vedere la vita reale in quanto non stavamo seguendo i percorsi turistici, ma esplorando il territorio alla ricerca delle migliori torri mai scalate prima. Dalle borse di scuola dei bambini e le loro lezioni, al mercato in cui tutti si scambiano pomodori, aglio, cipolle, fichi secchi… È una realtà difficile da scoprire, e naturalmente una parte di me si sentiva in colpa per essere lì ad arrampicare, mentre queste bambine, di non più di 8 anni, si occupavano dei loro fratellini tutto il giorno, o portavano a pascolare una capra a soli 4 anni, mentre i genitori lavoravano nei campi. Ma allo stesso tempo, tutte queste persone sembravano felici, come noi, di essere lì. È stato un grande piacere poter portare nostro figlio in questa avventura, vederlo incontrare tutti questi bambini e giocare ai loro giochi.

In questa spedizione avete deciso di portare con voi vostro figlio: deve essere stata una decisione difficile sia dal punto di vista logistico sia emotivo…

Io e mio marito James siamo climber professionisti. Quando abbiamo deciso di avere un bambino 2 anni fa, abbiamo sempre detto che non avremmo cambiato il nostro stile di vita. Amiamo l’avventura, e abbiamo fatto una scommessa per cui un bambino avrebbe potuto far parte delle nostre avventure. Avevamo un sacco di grandi idee come quella di arrampicare con un bambino sulla schiena… che, ci siamo presto resi conto successivamente, erano difficili da attuare. Ma da quando è nato, Arthur viene in Falesia con noi, ha una piccola tenda per dormire e ha passato molto tempo a dormire nel suo marsupio mentre noi facevamo escursioni. Arthur è il tipo di bambino che non ama stare chiuso in casa, appena torniamo da un’uscita lui vorrebbe subito tornare all’aperto e quindi ci è sembrato che portarlo con noi in Etiopia sarebbe stata un’esperienza incredibile per lui, e abbiamo portato la mamma di James e mio padre per darci una mano. I nonni si occupavano del bambino mentre noi scalavamo. Naturalmente avremmo potuto lasciarlo con loro in Europa mentre andavamo in spedizione. Oppure avremmo potuto assumere una tata locale che si occupasse di lui mentre noi scalavamo… Ma abbiamo pensato che questa fosse la scusa migliore per incoraggiare i nostri genitori a vedere il mondo! Li abbiamo portati fuori dai sentieri battuti e, anche se non è sempre stato facile, hanno dormito in un ostello locale e hanno dovuto gestire le conseguenze del cambiamento delle abitudini alimentari, credo che siano tornati dall’Etiopia davvero arricchiti. La differenza principale rispetto alle nostre solite avventure è che questa volta in valigia, oltre a tutta la solita attrezzatura da spedizione, abbiamo dovuto mettere i pannolini, il latte, il kit di emergenza per bambini…

Cosa l’ha convinta a portare Arthur con sé? Come avete vissuto questa esperienza tutti insieme?

L’Etiopia non ha un buon sistema sanitario, e si potrebbe dire che abbiamo corso qualche rischio portando con noi un bimbo piccolo… Ma tutti i bambini che nascono e crescono lì devono vivere tutta la vita in quelle condizioni, quindi 20 giorni per il nostro bambino non sembrava una cosa così da pazzi. E ben presto ci siamo resi conto che più che mostrargli il mondo, era lui, un bimbo di appena un anno, che ci mostrava come aprire davvero gli occhi davanti ad ogni piccola cosa, un cactus, una gallina, un altro bambino! Condividere questa esperienza con Arthur e con i nostri genitori è stato un vero regalo.

Quali sono i tuoi piani per il futuro?

Abbiamo appena finito un viaggio in cui abbiamo sia scalato sia utilizzato la bicicletta esplorando una zona ad appena 100 km da casa. Due biciclette elettriche, un rimorchio per bambini e un rimorchio per il materiale, siamo andati alla scoperta delle montagne vicino a casa nostra! Il lockdown ci ha aiutato a capire che dovevamo trovare soluzioni alternative per viaggiare ed esplorare riducendo però il nostro impatto ambientale e le emissioni di CO2, un’idea che abbiamo avuto per un po’ di tempo senza fare molto per realizzarla… Dopo l’estate, andremo in Italia per un nuovo, avvincente, progetto di arrampicata. Sempre portando Arthur con noi.

Caroline Ciavaldini è cresciuta sulla maestosa isola tropicale di La Réunion, nell’Oceano Indiano, quindi non c’è da stupirsi che ora passi la sua vita a esplorare la bellezza del mondo all’aperto. Dopo aver dedicato i suoi primi anni di carriera al raggiungimento del successo e alla competenza tecnica nell’arrampicata da competizione, ora si sta godendo un nuovo entusiasmante capitolo della sua vita di arrampicatrice, viaggiando per il mondo e assaporando l’infinita diversità che l’arrampicata ha da offrire. Membro del team internazionale di atleti The North Face, è sposata con il climber James Pearson e ha un bimbo di quasi 2 anni, Arthur. Da ragazza amava il tennis, il ballo, la vela e l’equitazione, ma all’età di 12 anni ha scoperto la sua passione per l’arrampicata. Dopo averla provata per la prima volta su una piccola parete della sua scuola, ne è rimasta subito affascinata. Facendo rapidi progressi, nel 2000 ha vinto il Campionato francese della gioventù e il Campionato francese UNSS e presto ha partecipato ai Campionati europei della gioventù e ai Campionati mondiali della gioventù. All’età di 16 anni ha preso la coraggiosa decisione di lasciare la sua amata isola e di trasferirsi in Francia per migliorare il suo allenamento. Con sede ad Aix-en-Provence, ha trascorso dieci anni concentrandosi sulla Coppa del Mondo Lead, arrivando terza in tutto sia nel 2005 che nel 2006. Ha anche vinto il campionato francese Lead ogni anno tra il 2004 e il 2007.

 

 

 

 

 

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