Cosa possiamo imparare dal passato?

coronavirus, covid19
Sarajevo. Photo Credit: Luca Ugolini

L’assedio di Sarajevo è avvenuto durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina e si è protratto dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996. Una delle situazioni di più grande emergenza e di isolamento nella storia bellica moderna. Ed è proprio a questa città che è legato per diversi motivi personali e per tutti i progetti portati avanti a livello sociale, umanitario e di istruzione Don Giovanni Salatino, sacerdote della Chiesa San Barnaba, situata nel quartiere Gratosoglio, a Milano. E, grazie ai suoi rapporti consolidati con la città bosniaca e con le persone che vi risiedono, ha modo di farci riflettere in questo particolare momento di emergenza sanitaria e isolamento sociale, attraverso le parole di una donna che ha vissuto in prima persona l’assedio di Sarajevo. “Come hai fatto a resistere sotto l’assedio? Forse questo sarà il mio ennesimo saccheggio allo spirito di Sarajevo. Perdonami già da ora per il parallelismo forzato e non ti offendere: so bene che combattere un virus nel 2020 in Europa non è come stare sotto assedio di bombe e cannoni per quasi quattro anni; però, vedi, anche noi, più che spaventati, ci sentiamo angosciati da un nemico invisibile, assediati, spogliati, obbligati a cambiare vita, anche se siamo zucconi e abbiamo fatto finta che non fosse così, come del resto anche a Sarajevo successe e moltissime persone di quella sporca guerra caddero proprio nei primi mesi di assedio! Dimmi, qual è stato il tuo segreto, cosa ti metteva tutte le mattine in strada fiera della tua femminilità, pettinata e truccata di tutto punto, chissà poi con quali espedienti, ad avviarti ad un lavoro preciso quanto precario? Dicci qual è il tuo segreto perché lo vogliamo fare nostro nel momento drammatico in cui Milano non deve smarrire il suo spirito faccendiero e sbrigativo, il suo gran cuore, la sua vocazione ad essere “terra di mezzo” e leva per i sogni di intere generazioni, la sua creatività e la sua solidarietà” – chiede Don Giovanni Salatino a Kanita Focak.

E quali spunti possiamo trarre dalla risposta di Kanita Focak?
Mi chiedi come sono resistita. La parola magica in Bosnia tra queste montagne crudeli è sabur che tradotto in italiano vuol dire pazienza e poi sempre inesauribile speranza. La voglia di vivere e di sopravvivere durante l’assedio era più forte delle malattie. So che tutte queste sembrano solo parole, ma durante quel periodo abbiamo imparato ad apprezzare ogni raggio di sole, ogni tazzina di caffè…Forse la formula magica era di mettere sulla bilancia le cose positive che avevamo: per esempio “sono ancora viva, oggi ho qualcosa da mettere nel piatto, oggi ho letto un libro”… abbiamo letto tutti libri che avevamo. Non dimenticare mai che noi non avevamo nemmeno le linee telefoniche: adesso esiste Skype, sms, cellulari, c’è la televisione e c’è la radio. Voi siete in isolamento fisico, non potete viaggiare, incontrarsi e so che c’è tanta paura. Abbiamo paura anche noi, questo è umano. La paura è un meccanismo che ci è stato dato per essere più attenti, più prudenti. So bene come vi sentite. Forse noi siamo sopravvissuti perché i Bosniaci sono un popolo di montagna, abituati a vivere con poco, semplici, modesti e soprattutto le donne sono abituate a grandi sacrifici e a poche gioie. La pace non è mai una cosa da dare per scontata.

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