Sapremo affrontare la sfida e superarla

Coronavirus
Roberto Lusardi insegna Fondamenti di Sociologia presso il corso di laurea in Scienze dell’Educazione dell’Università di Bergamo. I suoi principali interessi di ricerca e di studio riguardano i cambiamenti sociali, le dinamiche organizzative, l’innovazione tecnologica e il mondo della salute e della medicina

Questa emergenza sanitaria ci sta riportando al concetto di limite e di fragilità e vulnerabilità umana che ci accomuna come membri della stessa società: cosa possiamo imparare da questa situazione?

Siamo nel mezzo di un cambiamento epocale, di quelli che riscrivono la storia e lasciano il segno nelle generazioni future. L’emergenza sanitaria ci sta costringendo a fare i conti con il nostro modello di sviluppo economico, con i nostri stili di vita, con le nostre aspettative e le nostre paure più profonde. Negli ultimi 50 anni, il mondo occidentale (Europa, Stati Uniti, Canada, Australia e Giappone in primis) ha vissuto un periodo di crescente benessere e di relativa calma che non ha pari nella storia dell’umanità. I libri di storia infatti ci insegnano che carestie, pestilenze e guerre hanno ciclicamente flagellato i nostri antenati, in qualsiasi epoca e contesto geografico. E ci insegnano anche che ne siamo sempre usciti. Stravolti, affranti e spaventati, ma se siamo sempre usciti. Questi eventi hanno cambiato il corso della storia, hanno modificato le società, portato all’invenzione o alla diffusione di nuove tecnologie, trasformato l’economia e ci hanno condotto dove siamo oggi. La situazione attuale ci ricorda drammaticamente che non siamo così diversi dai nostri progenitori e che forse ce ne eravamo dimenticati perché la seconda metà del XX secolo ci ha consegnato uno straordinario periodo di ricchezza e libertà nel quale sembrava che questi “nemici” dell’essere umano fossero stati sconfitti per sempre. Il 2020 ci costringe ad aprire gli occhi.

L’azzeramento, quasi completo, se non per quanto riguarda i beni necessari, della nostra possibilità di consumare ci sta facendo fare i conti con noi stessi e con quanto di noi nascondiamo sotto questo meccanismo di acquisto, a volte, compulsivo. Qual è la sua visione?

Questo risveglio ci obbliga a modificare le nostre abitudini di vita e i nostri stili di consumo. Gli ultimi 50 anni abbiamo vissuto cercando di soddisfare ogni desiderio e di colmare ogni momento di vuoto con oggetti ed esperienze. E siamo diventati veramente bravi a farlo. Al punto che posso (potevo?) desiderare qualcosa oggi e riceverla a casa mia domani. Garanzia soddisfatti o rimborsati. Oppure, questa settimana è stata stressante al lavoro? Mi posso fare un weekend rilassante in qualche bel resort o beauty farm italiana. Ma perché non in Provenza o in Andalusia? In fondo, in un paio d’ore ci sono e visto il traffico del venerdì sera nelle autostrade italiane, forse ci guadagno anche… Questo modello desiderio-risposta (basato su una complessa piattaforma tecnologia ed economica di dimensioni globali) è virtualmente senza fine, perché soddisfatto un desiderio, ne subentra subito un altro da saziare al più presto con nuovi oggetti o esperienze. L’attuale condizione di isolamento sociale rompe questo stile di consumo fondato sul desiderio e ci proietta drammaticamente sui bisogni primari: cibo, sicurezza e relazioni sociali significative. Quello che genera sofferenza ora non è tanto l’isolamento in sé, che può essere facilmente arginato con la più ampia offerta di dispositivi tecnologici mai vista sul pianeta, quanto la dilatazione del tempo (non siamo più abituati ad avere momenti di inattività/noia) e l’impossibilità di ricorrere alle risposte a cui eravamo abituati per soddisfare i nostri desideri (fare shopping, aperitivi, andare al ristorante, viaggiare, eccetera). L’unica delle vecchie abitudini a resistere è stare sui social. Ora non dobbiamo nemmeno più sentirci in colpa, se ci passiamo tutto il giorno. Poi, quattro passi al parco sarebbero salutari per tutti, ma quello che genera il vero malessere, è, a mio avviso, essere confinati in un mondo che non è più compatibile con la nostra pulsione desiderante.     

Come ci cambierà questa condizione mai provata prima?

L’essere umano è molto resiliente e adattabile. Lo sappiamo. Lo testimoniano i secoli prima di noi e il fatto stesso che noi siamo qui, oggi. Ogni crisi, per quanto drammatica possa essere (e la situazione attuale non è per nulla banale), offre una rosa di opportunità di cambiamento che si andranno delineando negli anni a venire. Già ora, alcune di queste direttrici di cambiamento si possono intravvedere: l’uso estensivo delle tecnologie digitali sta cambiando il modo in cui le persone lavorano, studiano e stanno insieme; le limitazioni al commercio globale stanno rilanciano le filiere produttive nazionali (soprattutto nell’agricoltura e nella manifattura dei dispositivi essenziali); la paura di importare dall’estero il contagio, riaccendendo nuovi focolai, ci obbligherà a rivedere la mobilità internazionale di persone e merci; le relazioni sociali continueranno ad essere prudenziali a lungo e gli eventi collettivi (partite di calcio, concerti, cinema, ad esempio) cambieranno forma negli anni a venire. Questa situazione ci chiederà dei profondi cambiamenti ma, come abbiamo sempre fatto, sapremo affrontare la sfida e superarla. Anche se non sarà facile e ci condurrà a essere diversi da quello che siamo stati sino a qualche mese fa. Dobbiamo prepararci. Approfittiamo del lockdown per ripensare gli strumenti che ci serviranno per costruire il futuro. Che è già qui, tra l’altro.    

Roberto Lusardi insegna Fondamenti di Sociologia presso il corso di laurea in Scienze dell’Educazione dell’Università di Bergamo. I suoi principali interessi di ricerca e di studio riguardano i cambiamenti sociali, le dinamiche organizzative, l’innovazione tecnologica e il mondo della salute e della medicina. Tra le numerose pubblicazioni scientifiche, nazionali e internazionali, il volume Corpi, tecnologie e pratiche di cura: uno studio etnografico della terapia intensiva pubblicato nel 2012 da Franco Angeli (Milano).

 

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA