Di cosa hai paura?

Sebastiano Dato
Sebastiano Dato è un Coach Professionista, aiuta le persone che sentono di vivere relazioni sbilanciate sul lavoro o in famiglia ad avere gli strumenti per affermare se stesse e costruire relazioni felici, realizzando il loro stile di vita ideale. Conduce il video-podcast “Vivere in Armonia”, sul sito www.sebastianodato.it

La vita inizia alla fine della propria zona di comfort. Oltre le certezze, le abitudini e tutto ciò che non ci permette di evolverci e tendere al nostro benessere. Perché allora non uscirne? Ci spiega come sia possibile farlo il Coach Professionista Sebastiano Dato

Come possiamo definire la comfort zone?
La comfort zone è, letteralmente, l’area in cui ogni persona è in grado di sentirsi comoda, al
sicuro. Non si tratta ovviamente di uno spazio fisico, bensì di una condizione mentale tale da permetterci di sentirci al riparo da qualsiasi pericolo, soprattutto di natura emotiva, che una situazione nuova può rappresentare: stress, paura, ansia. Sebbene il concetto di comfort zone abbia solitamente un’accezione negativa, in questa visione risponde semplicemente a un bisogno di protezione che appartiene a tutti gli esseri umani. Piuttosto, è il modo in cui ciascuno di noi vive la propria zona sicura e quanto questa è estesa a rappresentare un possibile ostacolo alla felicità. La comodità, infatti, consiste nel rimanere nella propria zona di comfort ed evitare di affrontare tutte quelle situazioni nuove, lavorative, relazionali o emotive, che darebbero nuova linfa alla vita ma che richiederebbero di attivarsi e compiere un certo sforzo. Non dover far fronte a tutto questo è di certo un grosso sollievo per il corpo e per la mente, ma spesso è proprio ciò che impedisce di vivere esperienze necessarie e, quindi, di crescere e aggiornare la propria identità.

A che età e con quali modalità ognuno di noi sviluppa la propria comfort zone?
Fin dai primi mesi di vita il bambino impara a sentire sicurezza grazie alla relazione con la
madre, alla sintonizzazione con lei che gli permette di regolare le sue emozioni, come
evidenziato dagli studi dell’Infant Research. Creativamente potremmo dire che la prima forma di comfort zone ha qui origine. Man mano che cresce, il bambino ha bisogno di imparare ad autoregolare i suoi stati emotivi, di esplorare e conoscere il mondo, di essere accolto quando a disagio ma anche di venir incoraggiato a fare esperienze nuove. Già da piccoli, dunque sviluppiamo ed estendiamo la nostra comfort zone. Pensiamo adesso a tutte quelle volte in cui diciamo ai nostri figli di non mettere le cose in bocca: lo facciamo per igiene, certo, ma riflettiamo anche all’effetto che ha su di lui nell’esplorare l’ambiente e come questo influenzerà la sua capacità di approcciare le novità da grande per soddisfare la sua curiosità e fame di conoscenza.

Ci sono fattori che ci fanno rifugiare in essa?
Ciò che non si conosce spesso attrae e allo stesso tempo spaventa poiché rappresenta un salto in terre sconosciute. Del resto, l’ignoto è qualcosa di cui non abbiamo fatto esperienza e per tale motivo il nostro corpo non ha le informazioni per poterlo valutare, prevederne i movimenti e attivare di conseguenza gli schemi comportamentali per gestirlo. La paura fa da padrona, ed è proprio questa emozione a bloccarci quando siamo indecisi se
cambiare lavoro, interrompere una relazione o parlare di fronte ad un pubblico numeroso. Fare questi passi è terrorizzante poiché rendono il nostro futuro incerto; a volte scegliamo di lasciare tutto così com’è, anche quando soffriamo. Per certi versi, anche la sofferenza è una situazione nota in cui potersi sentire comodi, per quanto sembri paradossale.

Possiamo dire che la comfort zone alimenti solo le illusioni sulla controllabilità del
futuro?
In un certo senso sì. Se una persona ha paura a parlare in pubblico e chiede a un collega di
tenere un’importante presentazione aziendale al posto suo, apparentemente sente di aver
gestito la situazione e risolto il problema. In realtà, ha solo evitato di affrontare una situazione che la spaventa, finendo facilmente per sentirsi in colpa e provando un senso di vuoto interiore che di fatto amplificherà la paura stessa la volta successiva. La soddisfazione temporanea lascia dunque velocemente spazio al senso di impotenza e di inadeguatezza, due veleni potenti per l’autostima. La situazione cambia se la scelta di non correre rischi viene compiuta consapevolmente: posso rinunciare ad un nuovo lavoro con una paga migliore se sento che non è il momento giusto per variare gli equilibri della mia vita, o addirittura se non è una mia necessità ed evito inutili rischi perché sto già bene dove mi trovo.

Come è possibile uscirne?
È necessario rispettare la propria sensibilità e affidarsi al proprio processo di cambiamento.
Alcune persone amano gettarsi in situazioni totalmente nuove (alcuni lettori ricorderanno il film Yes Man in cui Jim Carrey dice di sì a tutte le proposte che gli si pongono davanti, per quanto estreme fossero); altre, invece, preferiscono uscir fuori in modo graduale, esporsi lentamente a un’esperienza. Come coach, quando lavoro con i miei clienti trovo che quest’ultima sia la proposta più efficace. La paura va ascoltata poiché rende cauti e più attenti. Riprendendo l’esempio di poco fa, quando una persona mi chiede aiuto per riuscire a parlare in pubblico costruiamo insieme delle piccole situazioni che permettano di familiarizzare con quell’esperienza, viverla con un impatto emotivo sostenibile e sentirsi così più sicuri e capaci. C’è chi raduna i familiari per provare il proprio speech a casa e avere da loro un feedback; chi invece sceglie di allenarsi nelle presentazioni con gruppi di lavoro piccoli, riuscendo così a stemperare la tensione.

Come è possibile sviluppare una visione allargata della realtà?
L’aspetto più importante è sospendere il giudizio, evitando di essere troppo duri e critici verso di sé e accettando i fallimenti quando arrivano. Fanno parte della vita ed è solo grazie ad essi che si è motivati a fare di più e migliorarsi. Quando abbiamo imparato a camminare, siamo caduti decine di volte ma ci siamo sempre rialzati, incoraggiati dai nostri genitori, fino a saper rimanere in piedi da soli. Abbiamo poi corso, siamo andati su e giù per le scale, siamo rimasti in sella alla bicicletta seguendo lo stesso processo. Se si è abituati a vedere il mondo in negativo e a fare pronostici catastrofici, si ha una visione limitata della realtà. Quello che conta è diventare sperimentatori, ovvero fare, esporsi e vivere gli eventi sulla propria pelle (ognuno a misura della propria sensibilità). Infine, per avere una visione completa e allargare il ventaglio delle possibilità di cui siamo a conoscenza, possiamo chiedere a qualcuno che ha vissuto una situazione simile alla nostra di raccontarci come abbia fatto in passato a superarla. Le storie delle persone hanno tanto da insegnarci; non è forse anche questo il motivo per cui piacciono le autobiografie.

E quando subentra l’ansia?
L’ansia spesso ci dice che ci stiamo spingendo troppo oltre i nostri limiti, mettendoci in guardia. Inutile in tal caso farsi violenza e forzarsi a strafare: lo stress è sempre dietro l’angolo, e anche se nella società odierna sembra quasi accettabile, una persona stressata ha bisogno di migliorare il proprio stile di vita. Contattare il corpo, meditare giornalmente e fare delle sessioni di respirazione consapevole sono rimedi che aiutano a saper gestire l’ansia da prestazione e a rimanere connessi al qui e ora, al presente. Quando però l’ansia si insinua in ogni aspetto della vita, diventando invalidante e minando ogni tipo di sicurezza, il più grande atto d’amore verso di sé è riconoscere di aver bisogno di aiuto e iniziare un percorso di terapia psicologica.

Come è possibile fare il primo passo e prendere la prima decisione di rottura rispetto alla propria comfort zone?
Scegliere di fare il primo passo è il primo passo. Questo creerà un po’ di incertezza e disagio, come ogni decisione. Manifestare la propria volontà, specialmente dichiarandola ad altre persone, darà maggiore vigore e sicurezza nel portarla avanti. Avete paura di fare una brutta figura? Provate a scegliere di farne una deliberatamente. Non sarà così male!

 

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