“È stato un gesto spontaneo, quasi un’esigenza”

Brian Freschi
Brian Freschi, classe 1993, lavora per molti anni nel campo del teatro e delle arti sceniche prima di specializzarsi in sceneggiatura e scrittura creativa. Dal 2015 collabora con il collettivo artistico Manticora, producendo diversi volumi a fumetti, e con numerose realtà editoriali come BAO Publishing, Smemoranda, Noise Press, Attaccapanni Press, Out of the Box e MaliEstremi. Dal 2018 collabora come autore di libri illustrati per ragazzi con Sassi Junior, Pelledoca Editore, Bacchilega Junior e Giazira. Insegna sceneggiatura a fumetti all'Accademia TheSign di Firenze

Ti sei diplomato in sceneggiatura presso l’Accademia Internazionale di Comics a Firenze e dal 2015 collabori con diverse realtà del fumetto italiano. E nel 2017 hai esordito con il tuo primo graphic novel “Gli anni che restano”, edito da BAO Publishing. Come nasce e si è evoluta la tua passione per la scrittura di fumetti e libri illustrati?

Il mio amore per la scrittura è nato in modo naturale e del tutto inaspettato. Ho praticato teatro e recitazione per diversi anni e, con il tempo, mi sono sentito sempre più attratto dal lavoro della mia regista e drammaturga, piuttosto che di quello che accadeva sul palco. Questa genesi può sembrare del tutto fuori tema, ma dimostra invece che, fin da subito, la scrittura intesa come diretta rappresentazione visiva è sempre stata parte della mia evoluzione professionale. Tant’è che non penso di aver mai scritto qualcosa senza prima figurarmelo mentalmente, come un’istantanea o una vecchia pellicola cinematografica. Da lì decisi che sarebbe stata la scrittura il mio futuro ma, come spesso capita, non avevo la benché minima idea su dove incanalare questa passione. Ho sempre letto fumetti grazie a mio padre, fervido divoratore di qualsiasi cosa di pur vagamente bonelliano esistesse al mondo, e sono sempre stato affascinato dalle grandi avventure nascoste tra le pagine meramente etichettate “per bambini“, libri e albi che tuttora leggo senza sosta. Ma, nonostante questo, non avevo mai neanche lontanamente riflettuto sullo scrivere per questi due sfaccettati universi. Cosa che ancora non riesco a spiegarmi, perché in effetti è proprio strano. Mi sono avvicinato all’allora Accademia Comics di Firenze grazie ad un amico street artist che studiava illustrazione e, da quel momento, mi si è aperto un mondo che non ho più lasciato. Mi sento anche molto fortunato, a dirla tutta, perché appena conclusi gli studi mi sono “scontrato” con realtà che mi hanno permesso di sperimentare e crescere, come il collettivo Manticora che mi ha accolto come parte della famiglia e successivamente BAO Publishing. Due realtà bellissime alle quali devo veramente tanto. Il resto è avvenuto di conseguenza.

A luglio 2020 dovrebbe uscire il tuo libro, illustrato da Ilaria Urbinati, “Il Mare Verticale”, in cui viene affrontato il tema degli attacchi di panico. Come mai hai fatto questa scelta? Senti che è ancora un tema su cui ci sia bisogno di sensibilizzare la società?

Ho scritto la prima stesura de “Il Mare Verticale” quando ancora dovevo finire “Gli anni che restano”. È stato un gesto spontaneo, quasi un’esigenza. Se nel primo libro ho sentito il bisogno di raccontare di vicende legate a persone a cui voglio bene, che mi sono state molto vicine, ma riflesse in un tempo che non posso aver vissuto di persona, nel caso de “Il Mare Verticale” il moto alle fondamenta è lo stesso, con la differenza che mi è appartenuto in modo diretto, così come a tanti amici e familiari. E così come a tanti altri in ogni tempo e luogo, motivo per cui la realtà di India, la protagonista, è tangibile, ma il nome del paesino di mare in cui vive non viene mai detto o mostrato. Non mi piace il termine “universale”, trovo che sia un po’ troppo abusato e pretenzioso, ma trovo anche che certe storie, se vogliono, abbiano il diritto di possedere un tempo ma non uno spazio preciso, perché è importante che parlino a tutti per quanto possibile. Il filo conduttore tra i due libri esiste e forse anche per questo “Il Mare Verticale” è stato il naturale seguito del mio primo libro. Sia Mauro sia India sono alla ricerca di una causa che li opprime. Di una verità che li possa condurre verso un nuovo inizio, pur sapendo che le ferite difficilmente si rimargineranno e che difficilmente la causa avrà un volto totalmente a fuoco. Il loro è un male diverso, ma hanno in comune più di quanto immaginano. Ne “Il Mare Verticale” volevo raccontare in modo personale la lotta e l’accettazione di quel male invisibile chiamato DAP. Invisibile perché in molti non ne parlano per vergogna, lo ignorano (spesso con conseguenze tremende), o lo minimizzano a semplice stress. Tanto che è praticamente impossibile redigere una statistica solida di chi ne è affetto, anche se quelle poche che vengono divulgate fanno spavento. Una recente indagine condotta dall’Eurodap ha stimato che su 700 persone il 79% ha avuto nel corso di un mese forti manifestazioni di ansia fisiche, una percentuale poco inferiore si autodefinisce apprensiva o a disagio fuori dalla propria abitazione o in luoghi conosciuti, e oltre il 91% ha dichiarato che gli è impossibile rilassarsi. Da queste condizioni all’attacco di panico il passo è breve. E ancora: secondo l’Anxiety and Depression Association of America il 2,7% della popolazione americana soffre di disturbi da attacco di panico e, globalmente, oltre il 75% delle persone con tali disturbi non viene aiutata, causando circa un milione di suicidi l’anno. Mentre l’Organizzazione Mondiale della Sanità sostiene che una persona su tredici soffre di ansia e che entro il 2020 il DAP sarà la seconda patologia più estesa dopo i problemi cardiovascolari. Anche se non fossero percentuali del tutto precise, direi che un campanello d’allarme dovrebbe suonare più di una volta. È importantissimo sensibilizzare, anche se “Il Mare Verticale” (e questo lo ripeterò sempre) non ha la presunzione di essere un “manuale d’istruzione” su come affrontare il DAP, o un elenco di sondaggi. È una storia personale, la storia di una ragazza che soffre di DAP e la storia del suo soggettivo percorso per affrontarlo e comprenderlo. Citando l’analista di India: “Lei è lei, India… è se stessa e sicuramente diversa da tutti gli altri pazienti affetti da DAP”. Un percorso che sono riuscito a mettere su carta grazie a BAO e grazie al tratto di Ilaria Urbinati, che ha lavorato con una sensibilità che non ho mai visto prima. Il libro, quindi, non vuole affermare niente che non sia già stato affermato da persone più competenti. L’intento mio e di Ilaria è quello, nel nostro piccolo, di far sentire meno solo chi ne soffre e di rendere più consapevole chi ha la fortuna di non aver mai provato una paura tanto profonda e viscerale.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Al momento sono al lavoro su un paio di libri che suona antipatico dire “top secret”, ma che purtroppo è così. Anche se, giuro, fosse per me ne parlerei subito da quanto non sto nella pelle! A breve uscirà per Giazira, in collaborazione con l’Università degli Studi di Firenze, un libro divulgativo tutto strambo illustrato da Elena Triolo. Mentre verso fine anno usciranno altri due albi: uno con quella perla che è Pelledoca Editore e in compagnia di quel talento di illustratore che è Marco Valducci, mentre l’altro con Sassi Junior e il tratto meraviglioso di Giulia Pintus. Non vedo l’ora!

Brian Freschi, classe 1993, lavora per molti anni nel campo del teatro e delle arti sceniche prima di specializzarsi in sceneggiatura e scrittura creativa. Dal 2015 collabora con il collettivo artistico Manticora, producendo diversi volumi a fumetti, e con numerose realtà editoriali come BAO Publishing, Smemoranda, Noise Press, Attaccapanni Press, Out of the Box e MaliEstremi. Dal 2018 collabora come autore di libri illustrati per ragazzi con Sassi Junior, Pelledoca Editore, Bacchilega Junior e Giazira. Ha lavorato per Gucci, Fausto Coppi, Banfi, Mad for Series, Awards Today, L’Inquieto Magazine e UniFI: Università degli Studi di Firenze. Insegna sceneggiatura a fumetti all’Accademia TheSign di Firenze.

 

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