L’importanza di fare il primo passo

Gianluca Gotto  sognava  di lavorare viaggiando  e oggi scrive mentre  gira il mondo: è diventato un nomade digitale: da Fuerteventura ci spiega come è riuscito a farcela

Gianluca Gotto, 29 anni, autore di due  libri “Una Notte a Bali”, uscito lo scorso  luglio, e “Le Coordinate  della Felicità”, pub- blicato  nel  2018, si definisce  un  no- made  digitale,  una  persona   che  ha la possibilità di lavorare in remoto  al computer  e sfrutta questa  situazione per farlo mentre viaggia per il mondo. Ma come  è arrivato  a questa  scelta? “Ho lavorato per tanti anni in modo tradizionale.  Non in Italia, perché in Italia non trovavo lavoro se non quello  dl dog sitter. In Australia e in Canada sono stato un cameriere, un operaio, un commesso, un panificato- re, un pizzaiolo… ho cercato di amare ogni singolo lavoro che ho svolto e di impegnarmi  al massimo, eppure  non sono  riuscito a ottenere  la residenza né in Australia né in Canada. La ritene- vo un’ingiustizia, così mi sono  detto: non  si potrà  in alcun  modo  lavorare senza  essere  schiavi dei visti e degli uffici dell’immigrazione? Senza dover- si presentare  ogni giorno nello stesso ufficio ed essere costretti a stare lì per un certo numero  di ore anche se hai finito di lavorare? Il lavoro è davvero incompatibile  con  la libertà? Ho ini- ziato a ragionare, a guardarmi intorno. Quando   ho  scoperto   la  rivoluzione del nomadismo digitale (ovvero del la- vorare in remoto e vivere viaggiando) mi sono  detto  che  quella  era la mia strada.  Ho  iniziato  scrivendo  articoli per siti web gratuitamente ma nel giro di un  anno  mi mantenevo  solo  con la mia scrittura. E così ho  iniziato  a viaggiare a tempo indeterminato” – ha spiegato  a Voilà mentre  si trova nelle Canarie, esattamente  a Fuerteventura.

Partiamo dal tuo ultimo libro intitolato “Una Notte a Bali”: qual è l’idea alla base della sua stesura?

Viaggiando a lungo in Asia ho potuto scoprire culture e tradizioni che alle nostre latitudini non arrivano, pur essendo piene di bellezza, amore e verità. Mi sono ritrovato intensamente nel Buddhismo e ho molto amato la forma dei suoi insegnamenti, queste parabole che attraverso storie semplici veicolano messaggi potenti e profondi. Volevo scrivere un romanzo così: una storia lineare e scorrevole, facilmente comprensibile da chiunque, eppure non superficiale. Volevo parlare di Amore, ricerca della felicità, realizzazione personale, viaggio e ribellione attraverso le esperienze di un protagonista-narratore in cui chiunque di noi può rivedersi. Proprio come avviene in moltissime parabole orientali.

Questo libro arriva dopo il successo del tuo primo libro, “Le Coordinate della Felicità”: come è nato il primo progetto?

È nato attraverso il blog, sul quale, fin dal momento in cui io e Claudia (mia partner a tutto tondo) lo abbiamo creato, ho parlato non solo della bellezza del viaggio ma anche della possibilità di ribellarsi ai rigidi schemi di una società dei consumi in cui non tutti devono sentirsi obbligati a riconoscersi. Sul blog ho scritto centinaia di articoli sulle alternative che esistono al sistema del “lavora-consuma-muori”. Più ne pubblicavo e più mi veniva chiesto di dare concretezza a queste riflessioni, di raccontare storie vere di persone reali che hanno rischiato, ci hanno provato e alla fine hanno trovato la felicità allontanandosi dalla strada battuta e dalle sicurezze delle masse. Così ho deciso di raccontare la mia di storia.

Perché le persone dovrebbero compare i tuoi libri?

“Le coordinate della felicità” è una storia vera, fatta di piccoli gesti di ribellione, grandi rivoluzioni personali, sogni, fallimenti, viaggi in giro per il mondo e ricerca della felicità. È stato pubblicato nel 2018 ma è già diventato un piccolo manifesto per tutti coloro che non vogliono rassegnarsi all’infelicità alimentata dal pessimismo totale dei nostri tempi (soprattutto del nostro paese) ma vogliono fare della propria vita una storia unica e straordinaria.

“Come una notte a Bali” è un romanzo dedicato a chi ha perso l’Amore e lo vuole ritrovare. L’Amore nel senso più ampio del termie: quello per se stessi, in primis; l’Amore per gli altri, perché la felicità è davvero reale solo quando è condivisa; e infine l’Amore per questo meraviglioso Pianeta su cui abbiamo il privilegio di vivere e che dovremmo sempre rispettare.

Ci puoi parlare del tuo blog incentrato su stili di vita alternativi, “Mangia, Vivi e Viaggia”, fondato con la tua compagna Claudia?

Il blog è nato nel 2016 dal desiderio di raccontare il viaggio non solo come esplorazione del mondo ma anche come crescita personale. Ma soprattutto volevamo lanciare un messaggio di grande positività e forte ottimismo, perché viaggiando ci eravamo resi conto di quanto sia dilagante il pessimismo nel nostro Paese. Troppe persone in Italia si sono rassegnate all’idea che la vita sia “tutta qui”, si sentono condannate all’infelicità perché hanno un’idea di felicità esclusivamente materialistica. Noi volevamo offrire un punto di vista differente: e se la felicità fosse molto più semplice e alla portata di tutti? In tre parole: Mangia, Vivi, Viaggia.

La pagina Facebook a esso legata, piace a 296.960 mila persone. Credi che questo interesse sia legato a un cambio di esigenze e di mentalità nelle nuove generazioni?

Credo che un blog come il mio qualche anno fa non avrebbe mai potuto avere tutto questo seguito. La crisi economica che stiamo vivendo ha messo in luce tutte le crepe di un sistema che per anni ha convinto milioni di persone che il loro scopo nella vita fosse lavorare e lavorare per poter accumulare sempre di più. Una corsa insensata con in palio la felicità. Oggi, nell’epoca dello scambio di informazioni libero e istanteneo di Internet, sempre più persone si rendono conto che quel traguardo non esiste: corri, corri e corri spinto da competitività e arrivismo, ma la felicità poi non la sfiori nemmeno. E allora, visto che noi italiani siamo tante cose ma certamente non siamo stupidi, sempre più persone hanno deciso di uscire da quella giostra infernale. Hanno deciso di cambiare mentalità, stile di vita, lavoro, relazioni. L’approccio verso il viaggio, che da semplice vacanza diventa un processo di crescita personale. Credo che molti di coloro che seguono il blog vedano in Mangia Vivi Viaggia un porto sicuro per sognatori, ribelli e viaggiatori. Per gente che nella quotidianità si sente strana, diversa, sbagliata. Il blog è ormai un luogo dove trovare anime simili e sviluppare una consapevolezza necessaria per impostare una vita completamente diversa da quella che gli è sempre stata indicata come (l’unica) “giusta”.

Tu ti definisci un nomade digitale, una persona che ha la possibilità di lavorare in remoto al computer e sfrutta questa situazione per lavorare mentre viaggia per il mondo. Come sei arrivato a questa scelta?

Ho lavorato per tanti anni in modo tradizionale. Non in Italia, perché in Italia non trovavo lavoro se non quello del dog sitter. In Australia e in Canada sono stato un cameriere, un operaio, un commesso, un panificatore, un pizzaiolo… ho cercato di amare ogni singolo lavoro che ho svolto e di impegnarmi al massimo, eppure non sono riuscito a ottenere la residenza né in Australia né in Canada. La ritenevo un’ingiustizia, così mi sono detto: non si potrà in alcun modo lavorare senza essere schiavi dei visti e degli uffici dell’immigrazione? Senza doversi presentare ogni giorno nello stesso ufficio ed essere costretti a stare lì per un certo numero di ore anche se hai finito di lavorare? Il lavoro è davvero incompatibile con la libertà? Ho iniziato a ragionare, a guardarmi intorno. Quando ho scoperto la rivoluzione del nomadismo digitale (ovvero del lavorare in remoto e vivere viaggiando) mi sono detto che quella era la mia strada. Ho iniziato scrivendo articoli per siti web gratuitamente ma nel giro di un anno mi mantenevo solo con la mia scrittura. E così ho iniziato a viaggiare a tempo indeterminato.

Come dovrebbe muoversi una persona che vuole fare una scelta di vita alternativa e uscire dagli schemi? Quali sono i primi passi?

Il primo passo è trovare la libertà, che nella sua forma più pura non è la libertà fisica ma la libertà mentale. Imparare a ragionare liberamente, senza pregiudizi, senza schemi, senza influenze esterne. Accettare che il mondo è pieno di opportunità e non è vero che solo chi è ricco o fortunato può farcela. Uscire dagli schemi significa uscire dalla propria comfort zone: lasciarsi alle spalle le sicurezze e prendere dei rischi. Provare, fallire, imparare e riprovare. La cosa più difficile in assoluto è proprio quel primo passo, riuscire ad allontanarsi da una situazione di vita basata su abitudini che ti rendono infelice. Tutti gli altri sono più facili, si innesca un effetto domino.

Quanto è importante e raro che oggi una persona si chieda realmente cosa lo rende felice?

Non solo è importante, è doveroso. Mai come oggi chi nasce e cresce nella parte “giusta” del mondo ha l’opportunità di fare della propria vita tutto ciò che vuole. È inaccettabile vivere costantemente nella sofferenza emotiva se si ha tutto ciò che anche solo i nostri nonni potevano a malapena sognare. Se si pensa che a poche migliaia di chilometri da noi c’è chi soffre per davvero, si capisce che noi non possiamo avere la presunzione di lamentarci. Abbiamo una sola vita ma è più che sufficiente se la si vive in un certo modo. Certamente bisogna chiedersi se si è felici. La risposta non potrà essere sempre sì, ma se è sempre “no” allora l’unico rimedio è agire e fare qualcosa. Senza scuse e lamentele, sono un’offesa nei confronti di chi davvero vorrebbe esserlo ma non può riuscirci.

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