«Essere papà è di gran lunga la cosa più difficile, più gratificante e più significativa che io abbia mai fatto»

Colin Farrell
©HFPA2019

Che la famiglia abbia una grande importanza per il divo irlandese è fuor di dubbio. Colin Farrell, complice una quarantena trascorsa a Dublino con i figli, ci racconta la sua visione della paternità e dell’amore, quanto le relazioni umane gli siano mancate durante l’emergenza sanitaria e quanto si ritenga fortunato.

Intervista di Elisa Leonelli

Durante l’emergenza sanitaria, che ha bloccato la produzione londinese di “Batman”, si è
ritirato nella sua casa di Dublino insieme al figlio maggiore James, 16 anni, e al figlio più piccolo Henry di 10 anni, che l’ha raggiunto da Los Angeles. Originario proprio di Dublino, ma trasferitosi a Los Angeles per lavoro, Colin Farrell ci ha raccontato in che modo ha affrontato questo momento difficile e la sua visione della vita: “Con tutto il rispetto per coloro che hanno lottato molto, per coloro che sono stati davvero malati e quelli che hanno perso i loro cari, per me non è stato così male. Psicologicamente ci sono stati alti e bassi, quelli che ti colgono quando hai poche distrazioni e sei continuamente in balìa di te stesso, ma ho avuto il piacere di trascorrere un bel po’ di tempo con mio figlio più piccolo ed è stato fantastico. Ed è stato tempo speso bene, perché ho avuto modo di analizzare la mia vita passata e capire il modo in cui voglio vivere in futuro, penso che molti di noi abbiano fatto qualcosa di simile perché non abbiamo avuto altro da fare che riflettere. Sono molto fortunato ad avere una casa con un giardino, un frigo pieno di cibo e qualche dollaro in banca, e tutti coloro che mi sono più vicini in buona salute. È un momento incredibilmente difficile e complicato, un momento fatto di lotta, dolore e perdite, ma spero che tutti noi possiamo superarlo diventando più pazienti e avendo maggiore rispetto nei con- fronti degli altri”.

Quali aspetti della tua vita normale ti sono mancati di più durante la quarantena?
Quando ho lasciato Londra, sono andato dritto a casa dove ero da solo per due settimane, perché non ho un partner e i miei due figli erano con le loro mamme. E ricordo che, dopo circa nove o dieci giorni, ciò che ho più avvertito era la mancanza di contatto umano, sono diventato consapevole di qualcosa che mi mancava, qualcosa a cui ero molto abituato. Con questo intendo anche la stretta di mano con il barista nella caffetteria in fondo alla strada, l’abbraccio con un amico, il cinque, un saluto con il pugno, qualsiasi tipo di contatto. So che ci sono cose più importanti al mondo, ma l’idea di andare al cinema, fare la fila al chiosco per comprare i popcorn e una bibita con i miei figli o un amico o da solo, è come se appartenesse a un altro mondo a cui non riesco nemmeno a immaginare di tornare più. Ci sono così tante cose semplici e banali che sperimentiamo ogni giorno nella nostra vita a cui non pensiamo, ma la mancanza di averle ci palesa la loro magia e il valore che hanno. Ho amici più grandi di me che hanno madri e padri che sono in là negli anni, che non hanno potuto vederli o toccarli per molto tempo, li hanno salutati attraverso le finestre e questo è stato straziante da vedere. È stato un momento molto difficile per così tante persone.

Come è stato passare del tempo con i tuoi figli in quel periodo?
A casa mia c’è stato homeschooling con tutto ciò che comporta in termini di frustazione, che per fortuna è stata gestita dalle mamme. In particolare questo riguarda mio figlio minore Henry che ora ha dieci anni e che ha una formazione scolastica più tradizionale di quella del mio figlio maggiore James. Henry può andare avanti nel programma e capire da solo le lezioni ed è un mago del computer.

Tuo figlio James è nato con la sindrome di Angelman, una malattia rara di cui stai sostenendo la ricerca. Perché?
La più grande difficoltà con la ricerca per la Sindrome di Angelman è che la raccolta di fondi è sempre stata complicata, perché la comunità è piuttosto piccola. La percentuale di coloro che ne soffrono è contenuta, si tratta di cifre che vanno da 1 su 20.000 a 1 su 30.000, a differenza di altre patologie come l’autismo di cui soffrono 1 bambino su 110. Essendo molto più diffuso l’autismo è al centro di molte attenzioni e vengono investite grandi cifre per cercare cure terapeutiche e trattamenti, ma per la Sindrome di Angelman la ricerca è stata alimentata da donazioni private e dalla generosità di molte persone. Essendo James mio figlio ed essendo io una persona pubblica, ho potuto dare visibilità a questa patologia e questo ha contribuito a raccogliere fondi per studi clinici per una cura terapeutica. Oggi il futuro sembra più luminoso per la maggior parte dei bambini che hanno qualsiasi tipo di malattia, sicuramente più di quanto non fosse 10 o 20 anni fa per quanto riguarda l’assistenza sanitaria, la scuola, l’inclusione e l’integrazione nella società. Abbiamo fatto tanti passi avanti nella capacità e nel desiderio di prenderci cura di coloro che ne hanno bisogno.

Quanto la paternità ha cambiato il tuo modo di pensare e l’atteggia- mento nei confronti della vita?
Mi cambia ogni giorno. E non so cosa sto facendo la maggior parte delle volte, ma adoro i miei ragazzi, li amo molto e spero solo di non averli fottuti troppo. Penso che se tutti noi possiamo rovinare i nostri figli un po’ meno di quanto forse siamo stati incasinati dai nostri genitori, continueremo a muoverci nella giusta direzione, verso il miglioramento e la capacità di autogovernarci con gentilezza, onestà e rispetto. Essere papà per quei due ragazzi è di gran lunga la cosa più difficile, più gratificante, più significativa e più importante che io abbia mai fatto.

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