“Sono un uomo fortunato”

Eddie Redmayne
Eddie Redmayne ©HFPA 2018

Amante della storia dell’arte e del teatro, l’attore britannico Eddie Redmayne, al cinema recentemente con “Il processo ai Chicago 7” e al lavoro per il terzo film della saga “Animali Fantastici”, racconta quanto ami fare l’attore, la sua famiglia, le sue due case il suo impegno nelle battaglie sociali al fianco dei più deboli. E come creda all’amore a prima vista. 

L’intervista di Elisa Leonelli

Hai chiamato Jane Fonda, che era sposata con Tom Hayden, per avere un’idea della sua personalità, prima di interpretarlo ne “Il processo ai Chicago 7”?

No, non ho il numero di Jane Fonda e non l’ho contattata, principalmente perché questa era l’opinione di Aaron Sorkin su Tom Hayden e perché questo era un momento della sua vita prima che lui e Jane si conoscessero. Ma c’è un articolo molto stimolante sul sito web di Jane Fonda riguardo a quando lei e la vedova di Tom, Barbara Williams, e il loro figlio Troy Garity ne organizzarono la cerimonia commemorativa. È un passaggio davvero bellissimo, in cui Jane racconta come Tom sia stato in grado di sussurrarle il giorno prima di morire come l’aver visto persone disposte a dare la propria vita per le proprie convinzioni, l’abbia cambiato per sempre. Jane anche detto che Tom aveva capito come i progressisti dovessero essere pronti a prendere il potere e imparare a governare, oltre che a protestare. Poi per curiosità ho guardato il brillante documentario “Jane Fonda in Five Acts” e ovviamente c’era quel momento con Tom.

Il processo per cospirazione dei “Chicago Seven” riguarda le manifestazioni contro la guerra del Vietnam, avvenute durante il Congresso dei Democratici del 1968. Anche il leader dei Black Panthers, Booby Seal, era in tribunale. Ti sembra un caso fortuito che il film sia uscito ora, nell’autunno del 2020, dopo che le proteste di “Black Lives Matter” contro la disuguaglianza razziale hanno avuto luogo per mesi?

Mentre lo giravamo a Chicago, nessuno di noi sapeva quanto stranamente rilevante sarebbe diventato il film. Voglio dire, per il fatto che nel 1968 e nel 1969 ci fu una pandemia influenzale e che un ex vicepresidente, Richard Nixon, fosse candidato alla presidenza. C’era un movimento per la pace, stavano protestando contro la Guerra del Vietnam, c’era anche il Movimento per i Diritti Civili, il Movimento per i Diritti delle Donne, le Pantere Nere, l’anno successivo le rivolte di Stonewall. Quindi ci sono davvero tante somiglianze che sono emerse con il movimento “Black Lives Matter” da quando abbiamo girato il film che, come dice Aaron, non è cambiato per adattarsi ai tempi, ma è diventato spaventosamente urgente. Spero che l’urgenza del film ci ricordi che in qualche modo ci siamo evoluti, ma che in molti modi non l’abbiamo fatto.

Interpretare Tom Hayden ti ha spinto a diventare più un attivista nella vita reale?

Naturalmente. Tutti noi abbiamo i nostri pensieri, le nostre cause e convinzioni che ci appassionano profondamente e uno dei grandi doni dell’essere un attore, vedendo la gente i tuoi film, è che la tua voce può essere amplificata. Con questo si ottiene una cosa meravigliosa, nel senso che, quando le questioni in cui credi non ricevono abbastanza attenzione, puoi provare ad amplificarle. Però appartenendo a un mondo di grande privilegio ed essendo molto fortunato nell’essere un attore che lavora e conduce una bella vita, bisogna fare attenzione a non finire per sembrare elitario, rischiando così di minare la causa che ti appassiona. Quindi mi interrogo continuamente sulle cose che sono importanti per me e cerco di essere un’attivista a modo mio.

Quali cause hai sostenuto durante la pandemia che ritieni non abbiano ricevuto abbastanza attenzione?

Durante il lockdown c’erano così tante persone che avevano bisogno di aiuto, che si trattasse di beneficenza o di cause politiche, che era spesso molto difficile dire di no, perché l’elemento umano di volerle sostenere e fare tutto ciò che puoi, ti colpisce emotivamente. Ma, in generale, cerco di concentrarmi su quegli specifici enti di beneficenza, che spesso tendono a essere correlati al lavoro che ho svolto, perché quando fai ricerche per un film, come ho fatto io per interpretare Stephen Hawking in “La Teoria del Tutto”, ti arricchisci scoprendo le esperienze di altre persone, ti avvicini a loro e le vuoi aiutare. Ad esempio, durante il blocco, qui nel Regno Unito le persone con malattie dei motoneuroni come la SLA (sclerosi laterale amiotrofica) non sono state inserite nell’elenco di quelle estremamente vulnerabili, a cui sono stati concessi vari trattamenti speciali per quanto riguarda la cura e il cibo. E l’ho trovato abbastanza scioccante.
Quindi il modo in cui ho cercato di aiutare su questo tema, è stato scrivere al nostro politico del collegio elettorale locale, attraverso MND, The Motor Neuron Organisation, con cui lavoro e prendere parte a chiamate incrociate di Zoom per discutere del perché stesse succedendo. Quindi cerco di essere d’aiuto supportando le cause dal basso.

A livello personale, cosa hai fatto durante i mesi di isolamento a casa con tua moglie e i tuoi figli piccoli?

Ho parlato con i miei amici e alcuni di loro sono riusciti a essere straordinariamente creativi durante il lockdown, hanno scritto sceneggiature, hanno composto musica, cosa che trovo sorprendente. Ma ho due figli di 4 e 2 anni, quindi io e Hannah abbiamo avuto le giornate completamente impegnate. Siamo stati in campagna, dove alleviamo polli e abbiamo un orto: abbiamo cercato di coltivare il nostro cibo e mangiarlo, essendo il più autosufficienti possibile. Naturalmente, siamo in una posizione incredibilmente privilegiata, avendo una casa, che ci ha permesso di essere sani e al sicuro. Amo cucinare, quindi mi sono dedicato molto a questa passione. E dipingevo. Non sono un bravo pittore, ma mi piaceva molto dedicarmi a questa arte quand’ero giovane e per anni non ho mai più avuto il tempo di farlo. Iris mia figlia, che ha 4 anni, aveva appena imparato le lettere dell’alfabeto e io in realtà le facevo lezione ogni giorno come a scuola e ho avuto modo di insegnarle a leggere. Luke, che ha 2 anni, ha incrementato di molto il suo vocabolario durante la quarantena. Quindi essere lì in quei momenti, è stata un’esperienza preziosa e bella per me.

Per leggere l’intervista completa, basta scaricare gratuitamente la versione digitale di Voilà Magazine Dicembre:

App Store

https://apple.co/31yoIyt

Google Play

https://bit.ly/2EJsUSY

© RIPRODUZIONE RISERVATA