Partorire ai tempi del Coronavirus a Bergamo

coronavirus, mamma ai tempi della covid19
Francesca Gritti, nata e cresciuta a Bergamo, è mamma di due bimbi, studentessa universitaria al primo anno in scienze dell'educazione - indirizzo prima infanzia, e assistente educatrice nelle scuole superiori. Ha precedentemente svolto studi all'Accademia di Belle Arti di Bergamo

Sei diventata mamma della splendida Sveva lo scorso 18 marzo, nata all’ospedale di Seriate, in provincia di Bergamo. È la tua seconda gravidanza: il primo bimbo, Edoardo, era nato nel 2015 all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Come hai vissuto il tuo ultimo periodo di gravidanza e il parto con l’esplosione dell’emergenza sanitaria per il Coronavirus?

Il mese di marzo corrispondeva al mio ultimo mese di gravidanza ed è stato caratterizzato da un’ansia crescente. A partire dalla chiusura delle scuole del 24 febbraio sono rimasta a casa sola con Edoardo, consapevole che nel corso delle settimane successive avrei potuto partorire da un giorno con l’altro. Ho avuto per più di una settimana una forte tosse che aggiungeva preoccupazione. Il parto è avvenuto velocemente, due ore di travaglio, lasciandomi appena il tempo di raggiungere l’ospedale. Durante il parto son stata assistita da due ostetriche provenienti dall’ospedale di Alzano Lombardo, chiuso da settimane, entrambe professionali e rassicuranti. Gli occhi scuri di Gina, che ha accolto Sveva per prima tra le sue mani esperte, mi rimarranno in mente per molto tempo: alternavo lo sguardo tra quelli e il crocefisso appeso sulla parete di fronte in cerca della forza per affrontare le spinte. Non sono una credente convinta, ma in queste circostanze e, in linea con le mie origini familiari, quel simbolo per me ha avuto un senso in quel momento.

Cosa è cambiato rispetto al primo parto nella tua degenza all’ospedale? Come sei stata supportata dal personale ospedaliero?

Il parto è stato completamente diverso proprio per via del contesto quasi surreale: l’arrivo nel silenzio quasi spaventoso, l’ingresso semideserto. Durante la degenza ho avuto la sensazione di trovarmi in una “bolla”, il pianto dei neonati come forte richiamo alla vita e il continuo richiamo al pericolo nel vedere il personale vestito di mille strati protettivi. Il personale era abbastanza ridotto all’osso e visibilmente provato. Io non ho voluto disturbare o fare richieste, in generale, consapevole del loro lavoro tutt’altro che semplice in queste condizioni, ma l’assistenza non è mai mancata. In particolare per l’allattamento è stato prezioso l’intervento di un medico di cui purtroppo non ricordo il nome, che ha speso diversi minuti del suo tempo per rassicurarmi, dopo che il giorno prima Sveva aveva avuto un considerevole calo di peso per cui un paio di sue colleghe mi avevano messo decisamente in allerta. Non potendo ricevere visite da nessuno fuorché mio marito, e solo per un’ora a pranzo e un’altra cena, è mancata rispetto alla prima esperienza tutta quell’atmosfera chiassosa di festa e il sostegno affettivo che ne deriva, ma ne ero perfettamente consapevole perciò non mi è pesato troppo. In generale, volevo solo tornare a casa il prima possibile e così è stato anche perché lo stesso personale ci ha avvisato che ci avrebbero dimesso in 48 ore, per fare in modo che rimanessimo il meno possibile “a rischio” di essere contagiati.

Diventare mamma in un periodo così difficile può essere, secondo te, anche un messaggio positivo e di speranza per tutti?

La speranza l’ho sentita molto forte in quel pianto di neonati in corsia, quasi che andassero, sebbene in pochissimi, a rinnovare la vita nel medesimo istante in cui qualcuno in altri reparti stava morendo. Sicuramente diventare mamma, e nel mio caso ri-diventarlo, in questo momento rappresenta una sfida che sto conducendo facendo appello quasi esclusivamente alle mie sole forze: mio marito Francesco, infatti, è sempre al lavoro, a parte per il periodo di sette giorni di congedo. Il messaggio che mi è personalmente arrivato da questa esperienza in un simile scenario è legato al concetto di resilienza e alla forza che si può e si deve trovare per mandare avanti la vita, nutrendola con il massimo dell’impegno. I medici e tutti quelli che sono impegnati in vario modo ad arrestare il virus stanno cercando di salvare più vite possibili, io una sola, quella più vulnerabile in questo momento nella mia piccola famiglia di quattro persone. Se lo fanno loro in quelle condizioni, posso e devo farcela anch’io, pur senza aiuti e senza la possibilità di abbracciare le tante persone che in questo momento vorrei vicine, e pure se non posso uscire di casa a godermi la primavera che tarda ad arrivare…

Francesca Gritti, nata e cresciuta a Bergamo, è mamma di due bimbi, studentessa universitaria al primo anno in scienze dell’educazione – indirizzo prima infanzia, e assistente educatrice nelle scuole superiori. Ha precedentemente svolto studi all’Accademia di Belle Arti di Bergamo. Tutte queste esperienze, unite a quella di quel meraviglioso sport che è l’atletica leggera, praticata a livello agonistico per quasi dieci anni, la aiutano ora ad affrontare con coraggio, forza, creatività e amore questi strani giorni.

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