Sanremo 2020, il monologo di Rula Jebreal: due libri per raccontare noi donne

La giornalista italo-palestinese si divide fra due libri: un libro bianco con citazioni di canzoni scritte da uomini e uno nero con numeri su femminicidio, violenza sulle donne ed episodi della sua vita

SANREMO, ITALY - FEBRUARY 04: Rula Jebreal attends the 70° Festival di Sanremo (Sanremo Music Festival) at Teatro Ariston on February 04, 2020 in Sanremo, Italy. (Photo by Daniele Venturelli/Daniele Venturelli/Getty Images )

Prima serata di Sanremo 2020 archiviata fra look, canzoni, polemiche e momenti belli come il monologo di Rula Jebreal. La giornalista italiana di origine palestinese ha letto un lungo monologo sulle donne parlando di violenza e femminicidio.

(Photo by Daniele Venturelli/Daniele Venturelli/Getty Images )

L’aveva preannunciato in conferenza stampa che nel monologo avrebbe detto “cose che non ho mai nemmeno detto a me stessa”. Fasciata in uno splendido abito di pailettes Armani, Rula Jebreal ha letto degli estratti da due libri, come anticipato da Amadeus uno con parole belle, l’altro con parole brutte dedicate alle donne. Inizia a leggerle dal libro nero una serie di domande orribili rivolte a donne vittime di stupro:

Lei aveva la biancheria intima quella sera? Si ricorda di aver cercato su internet il nome di un anticoncezionale quella mattina? Se le donne non vogliono essere sfruttare devono smetterla di vestirsi da poco di buono.

Si gira e legge, questa volta dal libro bianco, una citazione de La Cura di Franco Battiato:

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie. Dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via. Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo. Perché sei un essere speciale Ed io, avrò cura di te.

Rula Jebreal ha raccontato poi della sua infanzia passata in un orfanotrofio in cui “ci raccontavamo delle nostre madri torturate, uccise e violentate” per questo le parole anche se di dolore sono importanti per la giornalista:

Ho imparato, venendo da luoghi di guerra, a credere nelle parole e non ai fucili, per cercare di rendere il mondo un posto migliore. Anche e soprattutto per le donne. Ma poi ci sono i numeri.

Numeri sul femminicidio e la violenza di cui sono vittime le donne in Italia, “numeri spietati”:

Una donna ogni 15 minuti ha subito abusi. Ogni tre giorni viene uccisa una donna, sei donne sono state uccise la scorsa settimana. 

Continua con una terribile statistica: “Nell’80% dei casi, il carnefice non ha bisogno di bussare alla porta per un motivo molto semplice: ha le chiavi di casa”. Questa volta Rula Jebreal legge il ritornello de La Donna Cannone di Francesco De Gregori, prima di leggere il pezzo più duro dal libro nero quello che riguarda il suicidio della madre:

Mia madre Zakia, che tutti chiamavano Nadia, ha preso il suo ultimo treno quando io avevo cinque anni. Si è suicidata, dandosi fuoco. 

La madre di Rula Jebreal è stata vittima di stupro a soli 13 anni: “Fu stuprata e brutalizzata due volte: a 13 anni da un uomo e poi da un sistema che l’ha costretta al silenzio, che non le ha consentito di denunciare. Le ferite sanguinano di più quando non si è creduti. L’uomo che l’ha violentata per anni, il cui ricordo incancellabile era con lei, mentre le fiamme mangiavano il suo corpo, aveva le chiavi di casa”. La giornalista è visibilmente commossa mentre cita Sally di Vasco Rossi:

Quante volte siamo state Sally, mentre vi parlo c’è una donna che cammina in mezzo alla strada schiacciata dal senso di colpa. Voi non avete nessuna colpa. 

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Rula Jebreal cita poi lo stupro di Franca Rame avvenuto nel 1973 e dal quale l’attrice “cercò salvezza nella musica” e che raccontò ne Lo stupro e poi continua il suo monologo fra le lacrime:

Le canzoni che ho citato stasera sono tutte scritte dagli uomini, è possibile trovare le parole giuste per raccontare l’amore, il rispetto e l’affetto e la cura. 

Queste “parole devono essere urlate da ogni palco” e poi si rivolge agli uomini:

Lasciateci libere di essere ciò che vogliamo essere

Cita poi C’è tempo di Ivano Fossati fra i singhiozzi e saluta il pubblico, compresa la figlia Miral: “Sono stata scelta stasera per celebrare la musica e le donne, ma sono qui per parlare delle cose di cui è necessario parlare. Certo ho messo un bel vestito. Domani chiedetevi pure al bar com’erano vestite le conduttrici di Sanremo, com’era vestita la Jebreal?”.

Che non si chieda mai più, però, a una donna che è stata stuprata: “Com’era vestita, lei, quella notte?”

Una domanda che spaventò sua madre e molte altre donne: “Noi non vogliamo più avere paura. Vogliamo essere amate. Lo devo a mia madre, lo dobbiamo a noi stesse, alla nostre figlie. Nessuno può permettersi il diritto di addormentarci con una favola. Vogliamo essere note, silenzi, rumori, libere nel tempo e nello spazio. Vogliamo essere questo: musica”.

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